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Per costruire i loro villaggi le comunità dell'età dei
Bronzo sceglievano di preferenza le zone umide come le rive dei laghi,
dei piccoli bacini lacustri inframorenici e dei fiumi.
Questi abitati vengono convenzionalmente chiamati "palafitte", perché
le capanne sono costruite su una selva di pali profondamente infissi nel
terreno.
Esistono diverse ipotesi su come si presentavano i villaggi palafitticoli.
In realtà non sappiamo esattamente come fossero costruiti.
Si incominciò a parlare di palafitte in Svizzera verso la metà
dell"800 quando, nel freddissimo inverno dei 1853 - 1854, un sensibile
abbassamento dei livello dei laghi fece affiorare numerosi campi di pali.
Ferdinand Keller fu il primo studioso ad elaborare un'ipotesi sulla
natura degli abitati palafitticoli: questi villaggi sarebbero sorti su
un impalcato aereo continuo, sorretto da pali infissi direttamente nel
fondo del lago, ad una certa distanza da riva; una passerella - ponticello
avrebbe collegato l'abitato alla terraferma.
Questa immagine di palafitta non è unicamente frutto di fantasia.
Infatti per elaborare la sua ipotesi, il Keller si era ispirato alle rappresentazioni
di villaggi palafitticoli della Nuova Guinea e dell'Indonesia pubblicati
qualche decennio prima dall'esploratore francese Dumont d'Urville.
La romantica ricostruzione del Keller ebbe un'immensa fortuna e diede origine
a un'iconografia che conobbe una grande popolarità.
Il Keller aveva trovato sostegno alla propria ipotesi anche in un passo
dello storico greco Erodoto (V sec. a.C.) che descrive un villaggio palafitticolo
sulle rive dei lago Prasiade in Macedonia (Storie, V, 1 6).
Lo schema del Keller venne ritenuto valido per molti decenni finché
nuovi scavi negli abitati dei lago di Neuchâtel, dei Federsee nelle
Prealpi svevo - bavaresi e in altri siti rivelarono una realtà molto
più complessa: non tutti i villaggi sorgevano direttamente sullo
specchio lacustre e le caratteristiche costruttive variavano da villaggio
a villaggio.
Nel 1954, a cento anni dalle ricerche dei Keller, un altro studioso
svizzero, E. Vogt, avanzò una diversa ipotesi secondo la quale gli
abitati palafitticoli sarebbero sorti sulla terraferma. Gli scavi
condotti al Federsee infatti hanno messo in luce una realtà opposta
a quella immaginata dal Keller. I villaggi costruiti sulla terraferma
erano stati abbandonati in seguito all'innalzamento dei livello dei laghi.
Anche gli abitati neolitici scavati a Burgäschi Sud (Solothurn) e
a Egolzwil (Lucerna) erano stati costruiti sulle rive del lago e non all'interno
del bacino.
Le indagini degli ultimi 20 anni, con il determinante contributo della
dendrocronologia, hanno permesso di accertare che non esiste un unico modello
in grado di spiegare la natura di tutti i siti, dal momento che ogni abitato
doveva rispondere a specifiche esigenze ambientali.
Oggi, i dati raccolti nel corso degli scavi e lo studio dell'ambiente
e delle sue trasformazioni consentono di stabilire se un insediamento sorgeva
sulla terraferma in prossimità della linea di riva, sulla riva stessa
in una fascia di terreno che poteva essere esondato per un certo periodo
dell'anno, permanentemente in acqua a breve distanza dalla riva, oppure
ancora in parte all'asciutto e in parte in una zona periodicamente allagata.
Infine, sulla base delle strutture conservate e del tipo di stratificazione
archeologica si possono ottenere documentazioni dirette o indirette sulle
caratteristiche costruttive: con piano pavimentale appoggiato al suolo
leggermente sopraelevato, oppure con case ad impalcato aereo sostenuto
da pali.
Non ha invece ancora trovato una risposta definitiva il quesito del
perché le popolazioni preistoriche scegliessero ambienti umidi per
i loro insediamenti.
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