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L'età del Bronzo in Italia comprende un periodo di oltre mille anni ed è convenzionalmente suddivisa (con datazioni approssimative) in:
Durante l'antica età del Bronzo genti dalla comune matrice etnico-culturaleoccupavano
tutta l'area benacense, il Trentino, gran parte della Lombardia e del Veneto.
Queste popolazioni hanno espresso la più importante cultura dell'Italia
settentrionale che gli archeologi hanno chiamato "cultura di Polada",
dalla torbiera in comune di Lonato dove è stata individuata per la prima
volta.
In quest'epoca vengono fondati moltissimi villaggi palafitticoli lungo
le rive dei lago di Garda e dei piccoli bacini dell'anfiteatro morenico.
Nella fase più recente della cultura di Polada, numerosi insediamenti
sorgono anche nella pianura tra le colline moreniche e il Po.
I villaggi dei Bronzo Antico sono molto piccoli, con una superficie
non superiore all'ettaro e di conseguenza con una popolazione ristretta
che non doveva superare le 200/300 persone.
Varie sono le spiegazioni fornite dagli studiosi del perché
le genti del Bronzo scegliessero luoghi umidi per fondare i loro villaggi.
Forse molte sono le ragioni che concorrevano a questa scelta: l'abbondanza
di risorse alimentari offerte dall'ambiente lacustre, la maggiore accessibilità
delle zone perilacustri libere dal fitto manto boschivo che copriva il
resto dei territorio, la fertilità delle fasce di terreno attorno
ai piccoli laghi, ricco di limo carbonioso, leggero e facile da lavorare.
L'agricoltura e l'allevamento sono le basi dell'economia. Si coltivano
varie specie di frumento, orzo, lino; si allevano capre, pecore, bovi e
maiali. Negli insediamenti poladiani non è ancora documentato
il cavallo.
Nei siti alpini, come Ledro e Fiavé, sono allevati soprattutto
capri-ovini, mentre il maiale ha una presenza scarsa. Per contro,
i siti dell'anfiteatro morenico dei Garda, come il Lucone e Barche di Solferino,
e di pianura, come Ostiano, offrono un'immagine di allevamento misto con
una percentuale uniforme di ovicaprini, bovini e suini.
La caccia, la pesca, l'uccellagione e la raccolta di frutti selvatici
contribuiscono ancora in modo non secondario all'alimentazione. L'animale
più cacciato è il cervo, ma i resti osteologici documentano
anche il cinghiale, il capriolo, l'orso bruno di piccola taglia, il bue
selvatico, la lepre e, nelle zone montane, il daino e il camoscio.
L'aspetto più noto della cultura materiale delle genti poladiane
è senza dubbio la ceramica. Si tratta di recipienti foggiati a mano
(il tornio non è ancora conosciuto), con un impasto ricco di inclusi
litici e con una superficie spesso opaca e un po grezza, anche se non
mancano vasi accuratamente lisciati.
Nelle fasi più antiche le forme ceramiche sono piuttosto
limitate, ma progressivamente si arricchiscono, così come la qualità
dei prodotti tende a migliorare.
I recipienti più comuni sono boccali e tazze a corpo globoso
e a base convessa e quelli tronco-conici a base piana, le anfore a corpo
biconico-globoso, i grandi recipienti per le derrate alimentari a forma
tronco-conica con cordunature orizzontali sulla parete e, spesso, con orlo
multiforato.
Nelle fasi più recenti si diffondono tazze e boccali di forma
più articolata, a profilo concavo-convesso, scodelle e scodelloni
con corpo a calotta con piccola ansa a gomito e con presa con perforazione
orizzontale. In questa epoca compare una decorazione a incisioni sottili
o a file di punti molto caratteristica che, dalla località in cui
venne in luce per la prima volta, prende il nome di Stile di Barche di
Solferino. Il motivo più diffuso è quello della croce greca
sul fondo esterno degli scodelloni.
L'attenzione degli artigiani poladiani agli aspetti estetici della
loro produzione ceramica è testimoniata anche dalle decorazioni
con incrostazioni di pasta bianca con cui vengono riempite le incisioni
praticate nell'argilla fresca dei vasi.
Alle fasi recenti della cultura di Polada sono attribuiti alcuni oggetti
di terracotta di forma ovale, rettangolare o ellissoidale, che recano su
una faccia file parallele di motivi impressi, le cosiddette tavolette enigmatiche,
di cui due esemplari provenienti dal Lavagnone sono qui esposti.
Nonostante siano state proposte numerose interpretazioni, (sigilli per
marchiare merci, stampi per tatuaggi o dipinture di stoffe, forme per microfusioni
di oreficerie, oggetti di culto o legati al mondo della magia), il loro
significato ci sfugge interamente.
Dei riti funerari delle genti di Polada sappiamo ancora molto poco.
Una piccola necropoli scoperta a Romagnano-Loc nel Trentino e qualche tomba
isolata consentono di affermare l'uso eclusivo dell'inumazione e la frequente
utilizzazione dei ripari rocciosi.
Al S. Martino di Lecco un inumato presentava una trapanazione cranica,
mentre in una tomba ritrovata a Romagnano mancava il cranio. Poiché
in molte palafitte (Barche, Bande, Lucone, Fiavè, lo stesso Lavagnone)
sono stati ritrovati crani isolati, si può ipotizzare un culto dei
crani, che venivano staccati dallo scheletro e conservati in particolari
zone dell'abitato.
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