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Il fabbro dell'età del Bronzo oltre al metallo importato dai
centri minerari sotto forma di lingotto, utilizzava largamente per la sua
produzione i rottami recuperati sistematicamente: getti di fusione, masselli,
strumenti vecchi divenuti inservibili o spezzati. L'utilizzazione dei rottami
si accentua a partire dalla media età del Bronzo, come dimostra
la composizione dei ripostigli e dei resti di fonderia scoperti in molti
abitati sia palafitticoli (ad es. la Lugana Vecchia, presso Sirmione) che
terramaricoli (ad es. Castellarano in provincia di Reggio Emilia).
La posizione sociale del fabbro nella società europea
dell' età del Bronzo è stata oggetto di accese discussioni.
Senza dubbio in questo periodo il fabbro è l'unico artigiano che
in virtù della sua alta specializzazione lavora a tempo pieno e
non può essere coinvolto nella produzione primaria.
Nei periodi più antichi i fabbri erano certamente itineranti
e prestavano la loro opera presso diverse comunità, a volte anche
molto distanti l'una dall'altra, e ciò è evidenziato dagli
evidenti rapporti tecnologici e stilistici esistenti tra le varie cerchie
metallurgiche europee e al loro interno (padana, italica, centro-europea,
atlantica, nordica, carpato-danubiana, baltica, nord-pontica, ecc.). In
un periodo più recente, che ha inizio in momenti diversi a seconda
delle regioni, il fabbro diventa un artigiano inserito stabilmente nella
comunità per cui lavora, anche se il fenomeno dell'artigiano metallurgo
ambulante non scomparirà mai del tutto.
Questo passaggio sembra adombrato in alcuni miti del mondo classico.
Esistevano, nella mitologia greca, comunità di diversi, circondate
da un alone di magia e di mistero, come i Chalibi del Mar Nero, i Cabiri,
i Dattili Idei a Creta, in cui possiamo riconoscere la diversità
socio-culturale, e in una certa misura anche l'emarginazione, dei più
antichi artigiani del metallo.
Il mito di Efesto/Vulcano, il dio delle arti metallurgiche, che inizialmente
non abitava stabilmente nell'Olimpo insieme agli altri dei, ma vi fu ammesso
soltanto in un secondo tempo, sembra riflettere l'evoluzione della posizione
sociale del fabbro preistorico.
Il progresso di integrazione nella comunità nell'aria palafitticola
benacense ha avuto inizio forse fin dal Bronzo Recente. Il ritrovamento
di migliaia di oggetti di bronzo nelle palafitte di Peschiera sembra, infatti,
presupporre l'esistenza di officine ormai stabili.
Gli strumenti del lavoro del fabbro nell'età del Bronzo erano
innanzitutto il crogiolo, il mantice per ventilare la fornace, la forma
di fusione, l'incudine e il martello per battere il metallo, punzoni e
scalpellini per le decorazioni.
I crogioli si rivengono frequentemente negli abitati e hanno forma
ovale e differenti dimensioni, in genere da 1 a 10 cm. di lunghezza, e
ciò è in rapporto con la predeterminazione della quantità
di bronzo da utilizzare per i diversi tipi di oggetti da fondere.
Il manufatto indizio di attività metallurgica che si scopre
più frequentemente negli abitati dell'età del Bronzo è
l'ugello in terracotta dei mantici.
Se ne conoscono due gruppi : il primo, di forma conica e di piccole
dimensioni (lunghezza max 14 cm.), si trova negli abitati dell'antica e
media età del Bronzo, il secondo ha una forma a corno e di maggiori
dimensioni, fino a 30 cm. di lunghezza, ed appare per la prima volta nel
Brozo Recente negli abitati terramaricoli dell'area padana.
Una pittura murale della tomba di Rekhmire, visir di Tebe sotto Thutmose
III (ca. 1504-1450 a.C.) e Amenhotep II (1450-1426 a.C.), illustra il funzionamento
degli augelli del primo tipo: servivano per i mantici di piccole fornaci
all'aperto.
Gli augelli del secondo gruppo documentano uno sviluppo tecnico legato
a fornaci a fossa o a camera, capaci di raggiungere temperature più
elevate.
La comparsa dei grossi lingotti a sezione piano-convessa a partire
dal Bronzo Recente probabilmente è da porre in relazione con l'adozione
di forni di questo nuovo tipo, che con un solo carico permettevano di ottenere
una maggiore quantità di metallo rispetto ai periodi precedenti
grazie alla temperatura più elevata e più costante che si
riusciva a ottenere.
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