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La quarta e ultima sezione del Museo è interamente dedicata al Lavagnone e all'aratro scoperto nella palafitta del Bronzo Antico.  Due pannelli e tre vetrine di materiali illustrano la storia delle ricerche e le vicende insediative del Lavagnone durante la preistoria.
Il bacino del Lavagnone è una delle tante piccole conche lacustri che caratterizzano il paesaggio dell'anfiteatro morenico del Garda.  Nei primi tempi postglaciali era occupato da un lago, che nel corso dei millenni successivi si è progressivamente ridotto fino a lasciare una conca di circa 30 ettari con al centro una palude.  Agli inizi dei '900 il Lavagnone era ancora in gran parte uno stagno.  Per sfruttare i depositi di torba e bonificare i terreni, venne scavato un fosso scolmatore che partendo dal centro del bacino attraversava poi verso nord-ovest le colline moreniche mediante una galleria.
Lo sfruttamento della torba fu l'occasione per la scoperta dei primi manufatti archeologici e dei resti di una palafitta.
L'avv.  Mosconi, di Desenzano del Garda, seguendo i lavori di estrazione della torba, poté costituire una interessante collezione di materiali dell'età del Bronzo, ora donata dagli eredi al comune di Desenzano.
Dopo la bonifica l'alveo lacustre é stato trasformato in campi coltivati e ogni anno le arature e il dilavamento delle piogge fanno affiorare in superficie importante materiale archeologico.  Una serie di campagne di scavo, promosse dal museo preistorico-etnografico L. Pigorini di Roma, vi furono condotte nel 1971 da B. Barich e dal 1971 al 1979 da R. Perini.  Nel 1989 gli scavi sono stati ripresi dalla cattedra di paletnologia dell'Università degli Studi di Milano, sotto la direzione del prof.  R.C. de Marinis.  L'importanza del Lavagnone deriva dal fatto che fu frequentato ininterrottamente per tutto il corso della tarda preistoria, dal Mesolitico fino alla fine dell'età del Bronzo.  Quando lo specchio d'acqua era ancora abbastanza ampio, gruppi mesolitici e poi neolitici si insediarono lungo le sponde specialmente nord-orientali del bacino, come é indicato dai numerosi strumenti di selce scheggiata (trapezi, romboidi, grattatoi, perforatori, cuspidi di freccia foliate a faccia piana) raccolti in superficie.  Alcuni reperti tardo-neolitici e dell'età del Rame provengono dalle sponde meridionali del bacino.  Nell'età del Bronzo il laghetto andò sempre più restringendosi alla sola parte centrale della conca e lungo la linea di riva settentrionale sorse un esteso villaggio palafitticolo della cultura di Polada, distrutto in seguito da un incendio. I suoi resti furono ricoperti da formazioni torbose e successivamente sugli strati torbosi essicati si impostò un nuovo abitato della fine della cultura di Polada.  Attraverso varie fasi il nuovo villaggio continuò a esistere sino alla media età del Bronzo, nel corso della quale si verificò un progressivo spostamento dell'abitato verso le zone più elevate del bacino, lungo la sponda nord-orientale.  In quest'area l'abitato continuò a sussistere durante il Bronzo Recente (XIII secolo a.C.) e una sporadica frequentazione durante il Bronzo Finale (XII-X secolo a.C.) é attestata dallo splendido coltello in bronzo a lama serpeggiante recuperato durante un'aratura dal conduttore del fondo, signor P. Pegoraro.  Ma il reperto più straordinario del Lavagnone rimane l'aratro scoperto durante gli scavi del 1978 condotti da R. Perini.  Fu rinvenuto incastrato tra i pali dell'insediamento palafitticolo degli inizi del Bronzo Antico.  Databile intorno al 2000 a.C., é il più antico aratro che sia giunto fino a noi.  Costruito interamente in legno, appartiene al tipo di aratro con bure e ceppo-vomere in un unico pezzo, ricavato da una biforcazione di un ramo di quercia.  La stegola era inserita a incastro nel ceppo e il vomere vero e proprio, che non é stato ritrovato, era inserito in una scanalatura praticata nella parte inferiore del ceppo.  Sono state ritrovate anche due stegole di ricambio e metà del giogo.  Si tratta quindi di un aratro a zappa, adatto a lavorare terreni già dissodati da tempo e preferibilmente pianeggianti, un tipo che era particolarmente diffuso nell'età dei Bronzo e del Ferro, ma che nelle regioni mediterranee si é manteuto in uso fino all'introduzione dei moderni mezzi a trazione meccanica.  L'aratro é stato collocato in una grande vetrina e sono stati ricostruiti il giogo e la stanga che lo connetteva all'aratro.
Sulla parete che fa da sfondo alla vetrina é stata riprodotta con un dipinto murale la scena di aratura del masso n.2 di Bagnolo in Vai Camonica, databile alla prima metà del III millennio a.C. In questa sezione due pannelli illustrano l'aratro del Lavagnone in tutti i suoi aspetti tecnici e raccontano la storia dell'aratro dalle origini all'età dei Ferro.  Infine, tre pannelli trattano dell'agricoltura preistorica, dalle sue più lontane origini nel Vicino Oriente alla diffusione in Europa, dalla primitiva agricoltura neolitica a zappa e itinerante alle forme più evolute e produttive dell'età del Bronzo.  Nell'Italia settentrionale le genti dell'età del Bronzo furono le prime a colonizzare in maniera sistematica la pianura padana, cominciando a distruggere l'originaria ininterrotta foresta di querce, olmi, carpini, frassini e ontani per trasformarla in una successione di campi coltivati e di pascoli per il bestiame: inizia così a formarsi quel paesaggio totalmente artificiale che é la campagna padana.
L'esposizione si conclude con tre vetrine, in cui sono esposti manufatti connessi alle attività agricole e artigianali dell'età del bronzo: asce di pietra levigata, lo strumento utilizzato per tagliare gli alberi, falci con corpo in legno e lama formata da diversi elementi di selce, inseriti in una scanalatura e fissati con mastice, fusarole e pesi da telaio con un modellino di telaio verticale, ciotole in legno provenienti dal Lavagnone.

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Vetrina 20: Tessitura

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Dalla foresta ai campi coltivati.

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