Ma quello che era terribile, più ancora che la vessazione continua, più ancora delle percosse, più ancora dello sfibrante lavoro, era il processo della nostra spersonalizzazione, della distruzione totale della nostra personalità, del graduale ottundersi dei nostro "io morale", dello sbriciolamento dei gruppi nazionali in quel guazzabuglio di costumi di idee di lingua, in modo che non si formassero coesioni che potessero minacciare la mortifera disciplina in quel "mondo fuori dei mondo", il quale, finché durava un guizzo di vita, era destinato a sostituire l’enorme massa di lavoratori tedeschi mandati al macello nei fronti di guerra: nelle miniere, nelle costruzioni, nei lavori stradali.

Come ottenere la disciplina, la supina acquiescenza dell’universo concentrato? I Kapos, coloro i quali dovevano ottenerla, erano per lo più compagni di deportazione, condannati per reati comuni, dai quali le SS addette alla sorveglianza nei campi sapevano di ottenere l’adempimento dei compiti che venivano loro affidati, in cambio di privilegi notevoli in quel regime: vestiti caldi in confronto con quella specie di pigiama, sempre estremamente leggero, con il quale si rivestiva lo "schiavo" con qualunque clima; letto singolo invece dei saccone sul quale dovevano trovare posto spesso fino a quattro persone; cibo più abbondante, depredato dai kapos sulle razioni della ciurmaglia; sulla quale essi esercitavano diritto di vita o di morte.

Non può sorprendere, quindi, che dei circa 30.000 deportati italiani siamo tornati in patria in circa 5.000; che, nella immane tragedia, siano periti circa 11.000.000 di persone, di ogni nazionalità, di ogni razza e religione.

Cifre ufficiali: oltre quattro milioni di russi, tre milioni e mezzo di polacchi, seicentomila ungheresi, centottantamila francesi, cinquecentomila cecoslovacchi, settantamilatrecento greci.

Un conto che dà le vertigini.

Né può sorprendere la drammaticità dei disegni, dei quadri, di queste serigrafie di Agostino Barbieri, mio amato compagno della nostra tragica vicenda, che ha ricostruito in nitida memoria dopo anni dal nostro ritorno, per ammonire gli immemori, gli ignari, gli increduli che tutto può tornare se non ci si ferma in tempo sul piano inclinato della perdizione.

 

Piero Caleffi