La massima esperienza di vita di Agostino Barbieri è stata il campo di concentramento di Mauthausen ed egli ne è diventato, essendo pittore e disegnatore, il testimone e l'espressione, per tutti, per quei pochi che sono sopravvissuti e per quelli che ne fanno e faranno tesoro nel loro comportamento presente ed avvenire, oggi e sempre.

Partendo da questa prima considerazione l'arte di Agostino Barbieri diventerà chiara: egli a modo suo ha imitato la "natura" eccezionale del campo di sterminio, che in lui prima di tutto si è rivelata come linea. Di qui la sua speciale attenzione al disegno. Il colore, la pittura, è arrivata poi come ripensamento intellettuale della sua esperienza, come partecipazione romantica, appassionata all'esperienza vissuta.

I suoi scheletri, visti dapprima con la fantasia immediata dell'artista come pura linea, si sono rivelati poi alla sua psiche come un insieme di luce e di colore, in una memoria che si collega naturalmente con quella di certi "bucrani" che sono stati dipinti, con l'esperienza di Mauthausen lontana ed appena intuita, contemporaneamente da pittori come Morlotti o il partigiano caduto Ciro Agostino.

Nulla dunque di egoisticamente intellettuale nell'arte di Barbieri, nulla che ci possa far pensare a quell'arte di "Gigante egoista" che è l'albero nel giardino di Oscar Wilde, un'arte invece che viene dalla riflessione in studio sui fatti e i sentimenti dell'esperienza di guerra e della lotta di liberazione. Ci si accorge dunque che gli scheletri di Barbieri sono veramente "visti", che non hanno nulla di teorico, che sono soltanto il ricordo dell’ indimenticabile episodio del campo di sterminio.

Ma fin qui si parla di un buon pittore e di una grande indimenticabile esperienza cui tutti siamo devoti. In Barbieri c'è qualcos'altro. Che cosa? Guardando i disegni e gli acquarelli di Barbieri, ancora più dei quadri, ottimi, ma in cui si sente la prevalenza della memoria, siamo presi da un fluido, quello che i morti santi trasmettono ai vivi attraverso l'immagine degli artisti. Sembra, in questi scheletri abbandonati al coma della morte o rovesciati nella tragica conclusione, di rivedere qualche spettro familiare, alcuno che abbiamo conosciuto e che abbiamo perso per sempre...

Le forze per una nuova Mauthausen sono lì che aspettano, tutto è pronto sul piano ideologico e ormai anche su quello pratico.

Si rileggano i saggi ammonitori di Isaac Kornblihtt, lucidissimi dell'analisi degli anni che abbiamo passato. L'Opera di Barbieri sul terreno delle arti, ha la stessa funzione, ci ricorda che dietro la guerra viene lo sterminio di Mauthausen. Non c'è nulla dunque di superato, neppure dal punto di vista dei contenuti, in ciò che espone Barbieri. Barbieri è moderno perché ha mantenuto "moderni" i suoi contenuti, perché la traccia dell'esperienza vissuta è stata tanto profonda da essere ancora vitale.

 

 

Agostino Barbieri è uno di quei pittori che ci passano accanto e dei quali si corre il rischio di non accorgersi. Cominciò a farsi conoscere con un gruppo di disegni fatti in campo di concentramento, a Mauthausen, o subito dopo. Qualche anno dopo la guerra Barbieri fece una mostra alla Galleria romana del Pincio, che io presentai e che passò quasi inosservata, con qualche lode critica non impegnativa. E Barbieri continuò a lavorare con grande fiducia nei diritti della poesia, non isolato, perché partecipe delle vicende del nostro Paese in questi anni ricchi di esperienze, ma senza alcuna preoccupazione di aggiornarsi, di "sfondare", di usare strade traverse per affermarsi.

In realtà Barbieri era pago dei suo obbiettivo amore della natura e degli uomini. Le cose, per la nostra generazione che ha sopportato la guerra, sono già di per sé in profonda trasformazione che non si vede la necessità di distorcerle intellettualmente. Barbieri sente che la sua normalità è già di per sé "eccezionale": non veri questi paesaggi che si sono intanto affocati nella memoria, illuminate di una memoria appassionata queste "nature morte" tante volte pensate nel sogno della morte, e le stesse figure, anche le più vicine e affettuose, sono anch'esse ritratti unici, come se non dovessero avere continuità.

Raffaele de Garda