L'esperienza dei campi di concentramento - una delle pagine più tragiche della nostra storia recente - ha segnato, con la sua drammaticità, più di una generazione del nostro secolo. Gli uomini che ne sono usciti hanno portato in sé un'impronta indelebile. E pure, per quella sorta di rigenerazione che è propria dell’uomo, da quelle amare esperienze sono nate pagine straordinarie, da quelle letterarie a quelle artistiche, pagine che uniscono alla tensione morale, connaturata ad un evento così emblematico su cui meditare, la più alta e limpida speculazione, che è propria dell'arte.

    Queste pagine sono ormai raccolte, conosciute, catalogate nella memoria e nella cultura: per l'intrinseca forza poetica, ogni nuovo appuntamento con esse determina un rinnovarsi dell'emozione. Come accade con le pietre antiche, quei fogli continuano a parlare e ad ammonirci. In terra bresciana, l'esperienza artistica dell'umanità dolente dei lager ha trovato voce, dal punto di vista artistico, nelle pagine di Agostino Barbieri. Nato nel veronese Barbieri ha vissuto l'esperienza della 2° guerra mondiale, prima nella "Campagna di Russia", e, dopo il 1943, nella guerra di liberazione partigiana: in questa vicenda si inserisce la deportazione a Mauthausen, uno dei nomi tristemente noti in questa geografia dell'orrore. I disegni di Mauthausen di Agostino Barbieri sono assai noti; le sue rappresentazioni, le sue immagini, con quelle forme larvali che traducono un'idea di uomo vinto, ormai cadaverico - e tuttavia non spento -, sono una delle poche testimonianze grafiche che provengono da quell'inferno. L’artista gardesano, per un lungo periodo, dopo la fine della guerra ha continuato a riflettere su quell'esperienza dando voce al sentimento d'amore verso le migliaia di uomini caduti: tali disegni hanno tratto da quella esperienza lo stimolo decisivo. La voce dell'artista ha saputo realizzare un calvario laico ricostruito nella memoria: gli uomini dei lager si muovono all'interno dello spazio limitato della baracca, del campo; i riti quotidiani rievocati dalle narrazioni , i riti della sopravvivenza spesso si sono tradotti in riti di morte - e la pagina grafica ne è esemplare testimonianza. Come accade a tutti coloro che hanno vissuto un periodo di tale intensità emotiva tale da diventare onnicomprensiva, Barbieri ha continuato a riflettere con la sua arte sui "fantasmi" di Mauthausen; poi, a poco a poco, la sua riflessione si è dilatata, la vita reale ha ripreso il sopravvento, Barbieri si è dedicato ad una diversa ricerca poetica.

    Nella sua pittura rimane e si ritrova, a volte in forme evidenti, il segno di quell'incipit doloroso. A volte nelle sue opere appaiono colori innaturali, in altre ancora, segni o immagini o forme occludenti. I colori innaturali - è lezione cara all'espressionismo europeo - traducono visivamente una distorsione della visione: con l'inquietudine che deriva dall’artificialità del colore, Barbieri traduce l'angoscia dell’animo; allo stesso modo, le forme occludenti riportano mentalmente al recinto, al chiuso, al muro o alla rete con filo spinato invalicabile percorso da corrente elettrica.

    Sono presenze limitate ma segnalabili: più spesso è il canto d'amore, il canto alla vita a trovare posto nelle sue composizioni, quasi che la vita volesse riscattare l’orrore. Con Barbieri, con suoi colori accesi, prendono forma le emozioni di una esperienza, che si misura sulla quotidianità del dramma, ma anche sull’incanto della vita: l’immagine dei "Giovani Amanti", in questa luce, diviene rappresentazione esemplare e simbolica, aspetto essenziale di un autore che non vuole rinchiudersi nello stesso tema; l'opera documenta l’intonazione lirica di una voce che vuole continuare a credere: di fronte all'abisso, l'uomo ritrova la forza di reagire; o almeno, la ritrova ( e l' ha ritrovata, per lui e per noi) Agostino Barbieri.

     L'artista non vuole dare solo la testimonianza di un dramma, ma tende a darci una testimonianza di vita.

Mauro Corradini