C’è il Garda e poi i frutti della terra meloni, fichi, banane. Il colore vi trionfa. Barbieri lo dona agli oggetti, alle acque, ai cieli che si intravedono, con una prodigalità festosa, supera i tranelli intimisti delle sfumature, dà via libera alle note sovra acute della luce. Eppure, i quadri hanno una strana immobilità votiva, come se il colore li abitasse per tenere lontana ogni ombra, per scacciare ogni sospetto o ritorno o semplicemente ricordo di un tempo in cui l’unico colore possibile era quello delle notti o delle paludi, il nero e il grigio della morte e della solitudine. Barbieri mi perdonerà se questa nota di presentazione tiene l’occhio più alla psicanalisi che all’estetica. Ma è da quando la memoria ha posto a confronto le piccole statue di quasi trent’anni fa e le rutilanti tele di adesso, che mi chiedo quali siano le metafore ossessive più rivelatrici del suo inconscio. E presumo (ma in tutta umiltà, da uomo a uomo) di non essere lontano dalla verità se in questo colore che dilaga vedo uno sorta di esorcismo verso tormentosi e lontani fantasmi. Il colore è uno liberazione ", ha detto Matisse. Credo che Barbieri sia d’accordo. Il suo Garda è la casa ritrovata, i frutti della terra sono i gioielli ch’erano stati tenuti nascosti per quando la bufera fosse passata. La vita diventa una finestra aperta a guardarli: così fulgidi, così assorti come dentro la luce d’un meriggio senza fine.

Giulio Nascimbeni

 

Grandi pittori hanno proposto la tenerezza e i turgori del Garda, ma nessuno, che io sappia, ha dipinto questo lago irripetibile con la violenza di Agostino. Si direbbe che non usi il pennello, ma il maglio. lo non ho mai sorpreso Agostino Barbieri mentre dipinge, ma ho il sospetto (un fondato sospetto) che egli pitti parlando ,anzi gridando.

Nantas Salvalaggio

 

E’ stata notata da molti la necessità, per chi ha subito esperienze estreme, di esprimersi, di trasmettere agli altri la sua storia di vita: spinto a ciò sia da un imperioso bisogno interno, di liberarsi raccontando, sia dal dovere civile di portare testimonianza. Ma spesso, ognuno di noi ex deportati se n’è accorto, le parole non bastano, si rivelano deboli, inferiori al compito. Per Agostino Barbieri, dove la parola fallisce, subentra l’immagine: le sue danze macabre di corpi scheletriti sembrano scaturite, ad anni e decenni di distanza, dalla memoria indelebile e collettiva che l’offesa di allora ha lasciato in noi. Eternano un ricordo, lanciano un ammonimento, e contengono un messaggio di validità universale e perpetua.

 

Primo Levi