Giovanni Piva


PRESENTAZIONE DELLA MOSTRA DEL 1970

 

Giovanni Piva, fino a due o tre anni fa, apparteneva alle oleografie della mia giovinezza, alla aneddotica del Corso Allievi Ufficiali e delle stupende “ragaze d’Muncale” che naturalmente “quan chl’è sera i van balé”. Qualche volta “a balé” venivano anche con noi, caro Piva, chissà se qualcuna di quelle “totine“ di Muncalé conserva ancora tra i ricordi una tua foto di allora o magari piange per Roddolo, per Pecoraro, per tutti gli altri che quel Corso ha poi disperso nella sabbia d’Africa o nella neve del  Don ? Certo viene la malinconia a pensare ai “ noi di allora “, alle nostre romantiche, quasi buffe “ classi di ferro “, ai nostri tormenti, ai nostri problemi, ai nostri risentimenti! Ed a quello che successe poi.  La nostra è una generazione che si è portata dietro un sacco di pesi amari. Molti di noi se ne sono fatti un’oppressione, quasi un senso di colpa. E’ ridicolo che sia stato così  (tra l’altro è un fatto che non mi riguarda perché io mi sento coerente con tutte le esperienze che ho fatto e non ne rinnego nessuna ), ma è vero che molta gente della nostra generazione è stata travolta, più che dagli avvenimenti in sé, dalla “ coscienza “ degli stessi, o da una pessima interpretazione che una coscienza malata dà spesso agli avvenimenti. Una storia vecchia questa! Ci fece un romanzo persino Stendhal quando crollarono i miti napoleonici e della grande Europa: ed i reduci che avevano portato “le aquile vittoriose” in Asia ed in Africa tornarono sconfitti e traditi!  Il nostro Piva non ci ha fatto un romanzo, ma quel tormento, indubbiamente, se l’è portato avanti per molto tempo. Nessuno ci avrebbe pensato, noi di allora, abituati a vedere in Piva un fenomeno quasi folcloristico: “ Cus’hal sempre el Piva ? “ si domandava ogni giorno Paolo Premoli, e Sandro Rossini aggiungeva sardonico: “ el pensa “ Forse Piva ha pensato davvero molto a quella che è stata la nostra vita! Anni fa ci siamo ritrovati, e mi ha raccontato dei suoi drammi, dei suoi incubi, come ancora la notte si svegliasse con il crà crà delle Breda nelle orecchie e sudasse freddo pensando a quanta gente avevamo lasciato chissà dove. “Ma ora mi sto liberando“ mi disse con un mezzo sorriso; come a nascondere il segreto. Il mistero ora è svelato. Il segreto è qui: davanti al pubblico, alla critica, a chiunque visiterà la mostra e ammirerà i quadri del pittore Giovanni Piva. Sono veramente entusiasta che Piva si sia dedicato totalmente alla pittura che amava fin da ragazzo; e che, con l’arte, si sia liberato da ogni ossessione, da ogni tristezza. Ha scelto una bella strada, non c’è dubbio! E lo dico anche se, ad essere sinceri, io mi sento un po’ perplesso davanti al grande amore che Piva porta alla natura, alle lagune, ai paesaggi, alle piante, alle figure. A questo punto dovrei dire che a me piacciono opere che di solito sono giudicate più impegnate socialmente e che il pubblico, forse a ragione, in genere non vuole, ma che ci posso fare se mi fanno fremere le plastiche combuste di Burri e non le donne del Tiziano? Forse sono fatto male. Tuttavia, davanti a questa bella pittura, a questa sostanziosa e psicologicamente valida pittura di  Giovanni Piva starei per ricredermi; confesso che mi ha preso a tradimento mettendomi sotto gli occhi questi suggestivi paesaggi delle mie lagune venete: un mondo che io porto nel sangue e che mi fa vibrare. Debbo proprio dire che Piva ha saputo tirar fuori il meglio dal soggetto che si è posto davanti agli occhi, e che questi suoi quadri, tagliati da poeta e intimamente sentiti, lavorati con materia grumosa e vitale, elaborati a colpi decisi e non casuali, sono proprio da considerarsi su un piano che non è quello normale, quello abituale: sono un’elaborazione filtrata attraverso stati d’animo puri e sinceri.  
 
Vittore Quèrel Roma Febbraio 1970

 

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