Gaetano
Valbusa
( 1905 - 1989 )
|
"La
poesia della natura"
Gaetano Valbusa (1905- 1989) appartenne
a quella schiera di pittori che ebbero negli anni settanta il loro riferimento
in Adolfo Mutti. Per concezione prima che per forma. "Tutte le manifestazioni
d'arte - affermò Mutti - partono da una commozione; la commozione
è un fatto di cuore, di sentimento. Negare questo è negare
l'arte". Altre teorie "sono fanfaluche", affermò sino agli ultimi
giorni di vita l'indimenticabile amico e maestro. Arte - sentimento, dunque,
ma anche pittura come autorealizzazione. Dipingere fu per Valbusa una necessità,
l'acquisizione di un linguaggio per conquistare e definire il proprio mondo
interiore, oltre che la possibilità di esprimersi dove la parola
è imponente a rivelare la propria natura.
|
Fotografia
del pittore
|
E
desiderò che anche i figli Silvio e Giordano, da lui stesso avviati
ai segreti del colore possedessero tale linguaggio. Non intese mai la pittura
come "mercato". Si presentò, infatti, per la prima volta al pubblico
con una mostra personale, nel 1961, nelle sale della Loggetta. E nel 1969,
otto anni dopo, allestì nei saloni dell'Associazione Artisti Bresciani
di via Gramsci una seconda personale con una quarantina di opere. Da quest'ultima
data iniziò il decennio più significativo di presenze nelle
gallerie Bresciane ("Bistrò", "San Gaspare", "Vittoria" ) e in altre
a Milano, Bergamo, Sabbioneta, Bolzano. Prima del 1961 vi furono alcune
sporadiche partecipazioni a collettive e ad estemporanee, occasione per
un confronto, più che esibizione di un lavoro lungamente coltivato,
come alla mostra sociale dei pittori e dei fotografi dell' O.M. organizzata
nel luglio del 1957 che ebbe anche l'onore delle cronache. Gli stessi riconoscimenti,
anche importanti (primi premi e medaglie d'oro del 1971), furono accolti
solamente come incentivo a continuare un itinerario non sempre facile.
Gaetano Valbusa giunse a Brescia dalla natia Valeggio sul Mincio a 16 anni.
Entrò presto nel cenacolo dei pittori più in auge alla fine
degli anni Venti gravitanti attorno alla massiccia figura di Emilio Rizzi
da poco approdato nella nostra città da Parigi, maestro indiscusso
e uno dei fondatori nel maggio del 1945 di quella società "Arte
e cultura" che pochi mesi dopo avrebbe preso il nome di Associazione Artisti
Bresciani, e che per un trentennio sarebbe stata i vero fulcro della vita
artistica cittadina. Del gruppo promotore di "Arte e cultura" fece parte
lo stesso Valbusa il cui debutto pubblico avvenne proprio nella prima collettiva
promossa dal nuovo sodalizio nelle sale di via Gramsci in quel primissimo
dopoguerra. Il piacere della pittura "en plain-air" venne probabilmente
trasmesso a Valbusa già negli anni Trenta, da Adolfo Mutti che amava
scoprire con i colleghi più giovani angoli, sempre nuovi del nostro
territorio. Pittura, dunque, radicata nel vero, nel naturalismo "che è
stato, e sarà sempre, il principio informatore dell'arte in tutte
le epoche", affermò ancora il maestro Mutti. Vi aderirono gli stessi
impressionisti che seppero cogliere il paesaggio con maggiore immediatezza
e verità, perché cercarono di fissare il "vero" (negli aspetti
più fuggevoli e delicati della sua bellezza, esprimendo l'impressione
che il pittore riceve dalla contemplazione diretta della natura). Questa,
in sintesi, fu anche la concezione pittorica di Gaetano Valbusa. Le sue
tele, da quelle descrittive a quelle di maggior sintesi, poggiano sul naturalismo
solido sul quale seppe giocare sfumature coloristiche suggerite dal volgere
delle stagioni, dalla varietà degli ambienti, dallo stesso mutare
dei propri stati d'animo. E non fu casuale la frequentazione di luoghi
-come Montisola - ricchi di sfumature e il pellegrinare di collina in collina
e di valle in valle, in tutte quelle località dove il giro delle
stagioni dispiega una tavolozza di sfavillante, infinita ricchezza. L'aspetto
coloristico della pittura di Gaetano Valbusa fu rilevato da Luciano Spiazzi
nella pagina forse più completa e penetrante che su di lui sia stata
scritta nel conclusivo periodo della maturità degli anni Settanta:
"stempera colori netti in note che si fanno, non mai acute, ma sensibili
a registrare ogni variazione. L'autunno che si sfrangia in macchie innumerevoli,
l'inverno quando par sciogliersi, l'incipiente primavera, l'estate in momenti
in cui offre tregua". Pur avendo girato il mondo, e conosciuti paesaggi
esotici (Egitto, Isole Canarie, Spagna, Grecia) rimase profondamente legato
all'ambiente nostro, punteggiato da rustici contadini, da vaste cascine,
da torrenti, da approdi lacustri; quel mondo semplice, e naturalmente pittoresco,
che la neve trasforma in fiabesco. Tornò anche alla natia Valeggio,
non lontana dai confini bresciani, all'intatto Borghetto circondato dal
fluire delle acque, per fissare sulla tela emozioni lontane, quelle della
prima giovinezza che restano indelebilmente impresse nell'animo. Fu probabilmente
un modo per ritrovarsi e per misurare il cammino della vita e scoprire
che nell'animo era rimasto intatto quel patrimonio che si chiama poesia.
Attilio Mazza
Liano-Roè
Volciano - Mevicata (1962)cm 45x60
|
Lago
d'Idro
(1977)
cm 40x60
|
Gaver "Mattino
in Val Cadino" (1974)
cm 50x60
|
Brescia
"Lavatoi in Piazzetta Forbec" (1975)
cm 30x40
|
Gargnano
"lungolago"
(1983) cm
50x40
|
San Colombano
"Nevicata"
|
Gaver
"Motivo
sul Caffaro"
|
"Iris"
|
Capretta
|
Frutti
di bosco
|
Giochi
d'acqua
"Valle
D'Inzino"
|
Particolare
sul Nilo
|
Mia figlia
"Margherita"
|
|
|
| Vuoi aiutarci ad ampliare la raccolta
di opere di questo autore? Visita la sezione del "collabora anche tu" |
|
|